
Il conflitto israelo-palestinese non è il prodotto improvviso di un odio innato tra due popoli, bensì l’esito di una stratificazione storica complessa che affonda le radici nel tramonto dell’Impero ottomano e nelle manovre delle potenze europee del Novecento. In primo luogo, occorre ricordare che fu proprio in quella fase di dissoluzione che maturarono le prime decisioni determinanti. Il mandato britannico sulla Palestina, che fu sancito dalla Società delle Nazioni nel 1920, e la Dichiarazione Balfour del 17’, con la quale il governo di Londra promise l’istituzione di una “casa nazionale” per il popolo ebraico in una terra già abitata da una maggioranza araba. Già da questo punto emerge un nodo essenziale: la gestione britannica non fu neutrale, ma interessata a consolidare la propria influenza nella regione; strumentalizzando aspirazioni diverse e seminando conflitti futuri. Di conseguenza, appare difficile negare che una parte consistente della responsabilità storica debba essere ascritta a quella fase coloniale; essa aprì irreversibilmente la strada a rivendicazioni inconciliabili. Successivamente, dopo la seconda guerra mondiale e con la Shoah a pesarne drammaticamente sulla coscienza europea, le pressioni per garantire uno Stato agli ebrei si intensificarono fino a sfociare nel 1947 nel piano di partizione dell’ONU, esso prevedeva due entità statali distinte con Gerusalemme sotto controllo internazionale.

Tuttavia, quella decisione, percepita dagli arabi palestinesi come un’imposizione ingiusta, condusse alla guerra del 1948 e alla nascita dello Stato di Israele; mentre centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti all’esilio: la Nakba (la “catastrofe”) che rimane ancora oggi uno dei traumi fondativi della loro identità collettiva. Da quel momento in poi, la storia si è sviluppata in un alternarsi di guerre, occupazioni, intifada(= rivolta, iniziatasi alla fine del 1987, degli arabi palestinesi all’interno dello Stato d’Israele e nei territori da questo occupati e tentativi falliti di negoziato), tutti segnati da una costante: lo squilibrio dei rapporti di forza, in cui Israele, sostenuto prima dall’Occidente e poi in modo decisivo dagli Stati Uniti, ha consolidato la propria esistenza statale mentre la Palestina restava frammentata, priva di un riconoscimento internazionale pieno e di una continuità territoriale.

A questo punto, è necessario guardare al ruolo degli attori globali: gli Stati Uniti, in particolare con l’amministrazione Trump, hanno confermato un sostegno quasi incondizionato a Israele, arrivando a riconoscere Gerusalemme come capitale e a ridurre drasticamente i fondi all’UNRWA(= agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente), l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi. Parallelamente, l’Italia si è ritrovata spesso ai margini, prigioniera di una politica estera vincolata all’alleanza atlantica e all’esigenza di mantenere rapporti privilegiati con Washington, più che di sviluppare un disegno autonomo. Per questa ragione si può parlare, con qualche legittimità, di una subalternità che impedisce al nostro Paese di esercitare un ruolo mediatore autentico e incisivo. Eppure non è sempre stato così. Governi democristiani, socialisti e comunisti, pur nelle loro differenze, hanno condiviso in passato un impegno concreto: sostenere il popolo palestinese, riconoscerne la legittimità e dialogare con l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Pur senza mai mettere in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti, l’Italia seppe per anni condurre una politica autonoma nel Mediterraneo, facendo valere la propria voce. Leader come Enrico Berlinguer, Aldo Moro e Bettino Craxi, di fronte a pressioni internazionali enormi, riuscirono a difendere la dignità del Paese: dall’episodio della nave Achille Lauro alle tensioni legate al terrorismo, l’Italia riusciva a sovrastare il peso delle potenze maggiori. Oggi, invece, questa statura sembra essersi dissolta. I segretari nazionali dei partiti italiani non si distinguono nelle scelte; tutti piccoli stampini fedeli a rappresentare la rinuncia all’autonomia diplomatica, tutti, nessuno escluso, si allineano alla linea statunitense. Da qui discende una conseguenza cruciale: il conflitto non può essere interpretato soltanto come uno scontro locale, ma come l’effetto di scelte geopolitiche nelle quali le potenze coloniali prima e gli Stati Uniti poi hanno imposto la propria logica sugli equilibri regionali. Ora, la tragedia odierna non risiede solo nella violenza degli scontri, ma anche nel continuo dibattito sull’uso della parola “genocidio”. Negare questa definizione, di fronte a bombardamenti che colpiscono civili, ospedali e infrastrutture essenziali, appare un atto di ipocrisia disumana, funzionale soltanto a mantenere una neutralità di facciata per non incrinare i rapporti con Israele e i suoi alleati.

Ciononostante, riconoscere la gravità delle responsabilità israeliane non equivale a demonizzare il popolo palestinese, la cui esistenza viene spesso ridotta a un’immagine superficiale, polarizzata tra vittima e terrorista. In realtà, ci troviamo davanti a una popolazione costretta a vivere tra occupazione, isolamento e una falsa rappresentanza politica frammentata (Hamas), ma che continua a mantenere una dignità e una cultura capaci di resistere anche sotto le macerie. E qui si innesta un’ulteriore questione: quella del giornalismo, che di dignità ne rimane poca. Oggi prevale un’informazione superficiale, che utilizza parole senza precisione, che invoca concetti di geopolitica senza reale conoscenza storica e che alimenta divisioni schematiche. È un giornalismo che non spiega, ma divide; che non illumina, ma polarizza. Ed è proprio questa la vera mancanza: la capacità di fermarsi a riflettere, di comprendere, di andare oltre le narrazioni facili. In definitiva, ciò che emerge con chiarezza è che questo conflitto non può più essere raccontato con le categorie semplificate dei media mainstream: non si tratta di una guerra tra eguali, non si riduce a una contrapposizione etnica inevitabile, e soprattutto non può essere compreso senza considerare il peso storico delle decisioni occidentali. Affermare che la colpa originaria sia stata degli stessi inglesi che oggi, non senza contraddizioni, riconoscono la Palestina come Stato, forse anche nel tentativo di ripulirsi la coscienza dagli errori commessi dai loro antenati, non significa ridurre un secolo di storia a un singolo atto di irresponsabilità. Significa piuttosto riconoscere che proprio in quelle scelte si è innescata una catena di eventi che ancora oggi alimenta conflitti, ingiustizie e la sofferenza di milioni di persone. Pertanto, è da questa consapevolezza che bisogna ripartire se davvero si vuole spezzare il circolo vizioso della violenza e dell’ipocrisia diplomatica, altrimenti si continuerà a raccontare una storia falsata, utile a chi detiene il potere più che a chi paga il prezzo della guerra.Oggi, mentre in Italia si sciopera per il conflitto, questo sciopero deve tradursi in pensiero critico. Non basta gridare slogan, ci occorre riprendere la memoria storica, restituirle profondità e trasformarla in coscienza politica. Solo così potremo vivere in un futuro diverso, per la Palestina, per Israele e per l’Italia. Oggi, noi giovani, dobbiamo scegliere se restare ai margini delle potenze mondiali o tornare voce autonoma nel Mediterraneo.

Complimenti … a ragazzi che guardano lontano … debbono dare piu spazio e ascoltali di più ….