Referendum 2026 e la vittoria del No: cosa macchia l’identità della democrazia?

Il referendum 2026 sulla giustizia si è svolto il 22 ed il 23 marzo scorso, registrando un livello di partecipazione superiore alle attese per un referendum costituzionale, con un’affluenza complessiva del 59% circa. Il risultato è stato netto, con la prevalenza del No (che ha ottenuto circa il 53% dei voti validi) contro il Sì che si è fermato alla soglia del 43%), che ha determinato la mancata entrata in vigore della riforma costituzionale, mantenendo l’attuale sistema della magistratura. Tale dato deve far riflettere su come il referendum sulla giustizia, pur essendo stato realizzato concentrandosi sulla scelta di un tema specifico, a conti fatti, è stato un “test sulla maturità politica del paese”.

Cosa prevedeva il referendum? Si trattava di un referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione, attivato in assenza della maggioranza qualificata dei due terzi nelle votazioni parlamentari. Il quesito sottoposto prevedeva se confermare o respingere l’intero testo della riforma con in particolare:

  • La separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri;
  • La creazione di due Consigli Superiori distinti;
  • L’introduzione di un sistema di selezione tramite sorteggio per i componenti degli organi di autogoverno;
  • L’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare.

Fatta la premessa di cosa abbia previsto il referendum, quello che segue è un ragionamento che vuole invitare ad una profonda riflessione su come non si vuole cambiare il sistema delle votazioni. il risultato del No ottenuto, che piaccia o no, apre più problemi di quanti ne chiuda. L’Italia ha scelto, ancora una volta, di non muoversi ma ridurre tutto ad immobilismo sarebbe troppo facile. Basta qualche minuto di silenzio per vedere quell’intreccio che conosciamo fatto di paura, di sfiducia, di calcolo politico e, soprattutto, di un diffuso falso moralismo che negli ultimi anni ha preso il posto del ragionamento. Questo falso moralismo è il vero nodo che non nè etica nè, responsabilità ma è una forma di autoassoluzione collettiva. Si difende ciò che appare giusto, senza entrare nel merito di ciò che funziona davvero. Si protegge un’idea di “bene” astratto, senza misurarne gli effetti concreti. È lo stesso meccanismo che ha dominato le campagne elettorali che gridavano a squarciagola non cosa migliorare, ma cosa “non si deve toccare!”

La Costituzione italiana. “Il dibattito” l’ha trattata come un quadro da osservare da lontano, quasi sacro. La Costituzione contiene in sé un principio dinamico e non statico e non è un testo chiuso ma è un progetto aperto. L’articolo 138, che disciplina la revisione costituzionale, prova che i padri costituenti sapevano che il tempo cambia le condizioni e che le istituzioni devono adattarsi. Pensarla come intoccabile significa tradirne lo spirito e difenderla, vuol mantenerla viva. Invece oggi è stata difesa come si difende un feticcio, non come si gestisce uno strumento politico. Dentro questo clima si inserisce un dato che dovrebbe far riflettere più di tanti commenti. Secondo le analisi di YouTrend per Sky TG24, circa il 31% di chi ha votato “no” lo ha fatto principalmente per opporsi al governo, non per il contenuto del referendum. Questo dato cambia tutto. Significa che una parte significativa del voto non è stata espressione di giudizio sul merito, ma di reazione politica.

Referendum 2026 e la vittoria del No: cosa macchia l'identità della democrazia?

E’ un problema serio perché quando il voto diventa uno strumento per colpire qualcuno e non per scegliere qualcosa, come è stato fatto nel 2016, la democrazia perde la precisione che la contraddistingue. Diventa più emotiva, meno razionale e questo apre un’altra questione, ancora più delicata.

Referendum 2026 e la vittoria del No: cosa macchia l'identità della democrazia?

Nelle mani di chi finisce il voto? Quanto è realmente consapevole chi partecipa? Non si tratta di fare elitismo, ma di essere onesti. Esiste una grossa fetta di elettorato che vota senza conoscere davvero il contenuto su cui si esprime. Questo vale per cittadini italiani e, in alcuni casi, anche per una parte di popolazione di origine straniera integrata formalmente ma non sostanzialmente nel sistema civico. Qui il tema dell’immigrazione va affrontato senza ipocrisia. Non è una questione di tifo da stadio con i “pro” o “contro”, ma di qualità dell’integrazione. Un sistema che estende diritti politici senza garantire un reale percorso di formazione civica crea un cortocircuito. Il voto diventa un gesto formale, non una scelta consapevole. E questo, nel lungo periodo, indebolisce tutti, non solo chi “subisce” quel voto.

Referendum 2026 e la vittoria del No: cosa macchia l’identità della democrazia? Dire questo non significa negare diritti, ma pretendere responsabilità. Senza questa distinzione, si scivola ancora una volta nel falso moralismo e si difende un principio senza interrogarsi sulle sue conseguenze. Anche alcune voci pubbliche, considerate autorevoli, hanno contribuito a questo clima ambiguo. Il procuratore capo della regione Campania Nicola Gratteri, ad esempio, insiste giustamente sul valore della legalità, ma molto spesso ha ridotto il discorso politico a una dimensione etica assoluta, dove il dubbio e il compromesso, che sono l’essenza della politica, nella gestione dei “membri laici” , sembrano ai suoi occhi sospetti. È una posizione comprensibile dal punto di vista di un magistrato che ha cambiato identità d’idea nel giro di qualche anno, ma problematica se diventa riferimento cardine per il dibattito pubblico.

Referendum 2026 e la vittoria del No: cosa macchia l'identità della democrazia?

In modo diverso, anche il divulgatore storico Alessandro Barbero offre analisi storiche raffinate e ammirevoli da ormai decenni, ma quando entra nel presente tende a semplificare dinamiche molto più complesse, spesso leggendo il passato come chiave interpretativa quasi totale del presente. Il rischio, anche qui, è quello di trasformare strumenti utili come la storia, la legalità in filtri rigidi che impediscono di vedere la complessità attuale. Non si tratta di sminuire queste figure, ma di riconoscere che anche le voci apparentemente più autorevoli possono contribuire, volontariamente o involontariamente a una narrazione semplificata.

Referendum 2026 e la vittoria del No: cosa macchia l'identità della democrazia?

Torniamo al punto iniziale. Ha davvero vinto l’ignoranza? O questa è una risposta troppo facile? Dire che il Paese non merita la democrazia è una frase forte ma fragile perché implica che esista un uso “corretto” della democrazia definito a priori e questo è un paradosso. La democrazia include anche la possibilità di sbagliare.

Il problema non è il risultato in sé, ma le condizioni che lo producono. E qui il discorso deve alzarsi di livello, come farebbe Platone. Non basta criticare, dobbiamo chiederci: cosa serve davvero per migliorare? Serve pazienza nel trovare sistema educativo che formi cittadini autonomi intellettualmente, non solo studenti abili a ripetere nozioni. Serve un tipo di giornalismo che spieghi, non che polarizzi il popolo in tifoserie da stadio. Serve pazienza per una politica che torni a costruire fiducia nel lungo periodo, invece di inseguire il consenso immediato. Serve, soprattutto, una classe dirigente capace di pensare oltre il breve termine.

“Platone sosteneva che solo chi è in grado di conoscere il bene può guidare la città, e non perché superiore, ma perché formato a vedere oltre l’immediato”. Oggi non si tratta di avere “filosofi al potere” in senso letterale, ma di recuperare quella esigenza nel ricercare competenza, profondità, responsabilità. Senza questo, ogni referendum diventa un terreno di scontro emotivo e non una decisione riflessa di una scelta pensata. Il voto di oggi non dimostra che l’Italia non vuole cambiare. Dimostra che non sappiamo camminare sulle nostre gambe senza “supporti” , non ancora. E finché questa distanza tra cambiamento e comprensione resterà così ampia, ogni tentativo di riforma continuerà a scontrarsi con lo stesso muro: la paura di ciò che non si è davvero capito.

Questo articolo è stato scritto da Giuseppe Scavone, studente del Liceo Umberto I di Palermo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *